E se tu fossi un uomo? Pensieri sciolti, di Marianne Vos

La più grande ciclista della storia ci racconta come è nata la sua passione per le due ruote e quali sono le sue motivazioni personali

“E se tu fossi un uomo? Ad aver vinto tutte quelle gare non guadagneresti più soldi? Non saresti più famosa?” Queste sono domande che mi sono state fatte decine di volte e che io non mi sono mai posta. Mai, nemmeno una volta.

Prima di tutto perché non so come sarebbero le cose se tutto fosse diverso, se fossi un uomo. E poi perché sono contenta di quella che sono, di ciò che faccio e delle opportunità che ho ricevuto e che ho. Da bambina, anche se andare in bicicletta non era lo sport più normale per una femmina, mi sentivo sempre a mio agio con i ragazzi e mi divertivo molto a pedalare con loro. Mi piaceva andare in bicicletta e gareggiare, sono stata brava sin da subito ma la gioia principale arrivava delle giornate di allenamento e dallo stare fuori, all’aria aperta. Andare alle gare con la mia squadra in pulmino, gareggiare insieme a loro. Quelli erano i momenti migliori.

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Insieme a mio fratello a inizio o fine tappa andavamo sempre agli autobus dei team a caccia di autografi. Ne abbiamo collezionato centinaia. Quelli dei corridori olandesi erano i più facili da avere per via della nostra nazionalità e della lingua, era semplice attirare la loro attenzione e convincerli a firmare. Per altri corridori invece, per i pesci grossi, potevamo stare in piedi fuori dal bus ad aspettare anche per più di un’ora, per poi tornare al camper a mani vuote. Anche questo faceva parte del percorso per diventare un’atleta, presumo.

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In quel momento non immaginavo nemmeno lontanamente di poter diventare io stessa una ciclista professionista, e di poterlo essere per così tanti anni consecutivi. Ora, quando mi accorgo che ci sono persone che mi aspettano per un autografo, o per fare un selfie insieme a me, faccio di tutto perché non debbano aspettare quanto ho aspettato io e che non vadano via a mani vuote.Ci sono momenti in cui trovo ancora difficile credere che persone delle più svariate nazionalità del mondo siano lì in piedi ad aspettare proprio me e che mi tifino, e urlino il mio nome da bordo strada quando passo. Ho visto il nostro sport cambiare ed evolversi negli anni, il ciclismo femminile ha avuto un percorso di crescita molto interessante. Dieci anni fa nessuno si sarebbe immaginato che il ciclismo femminile sarebbe arrivato al punto in cui è adesso.

Ora noi donne facciamo gare che da piccola vedevo alla televisione insieme a mio padre e a mio fratello e che rappresentano la storia del ciclismo. Prima consideravamo normale che queste gare fossero riservate soltanto agli uomini. Ora le facciamo anche noi donne. Tifosi, squadre e sponsor mettono noi atlete nelle condizione di dare il meglio per vincere queste gare, proprio come per i ragazzi. Anche se con i suoi alti e bassi il lavoro di corridore professionista non è sempre facile, capisco che è un privilegio poter fare ciò che più mi piace ogni giorno.

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Il ciclismo mi ha regalato molti bei momenti e insegnato molte cose: ad avere stima di me stessa, a gestire le battute d’arresto e gli imprevisti, l’importanza del lavoro di squadra e della comunicazione con le persone che hai intorno.Con la pandemia è diventato ancora più facile capire quanto sia preziosa la nostra salute e il fatto che non possiamo dare niente per scontato. In quanto atleti professionisti, noi corridori siamo sempre concentrati su noi stessi e sui nostri obiettivi, ma è anche importante essere in grado di mettere le cose in prospettiva e considerare un quadro della situazione più ampio. Non ci sono solo il ciclismo e le corse. Non ho mai corso per fama o denaro e posso dire con certezza che non lo farò mai.

Non sono esterne le motivazioni che mi spingono a correre. Non si tratta di risultati o di medaglie, di vittorie. Si tratta soprattutto di dare un senso a quello che faccio. Il denaro e la fama sono la cosa meno rilevante, in tutto questo processo di interiorizzazione. È fantastico sfruttare al meglio il proprio potenziale e il proprio talento di atleta, ma il massimo che puoi ottenere dallo sport ha a che fare con le persone che hai intorno, con le cose che puoi condividere con loro.

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Non importa se sei una campionessa o non lo sei, l’importante è il messaggio che propaghi intorno a te. La domanda più importante che attraversa la mia mente, sin dall’inizio della mia carriera professionale, è una sola: cosa rappresenta per la società e per le persone che ho intorno il fatto che io oltrepassi per prima la linea del traguardo? Che senso hanno le mie vittorie?Se portano a qualche persona gioia o motivazione, ispirazione, è fantastico. Il successo, è questo. Quando a un bambino o a una bambina viene voglia di provare a fare qualcosa e di mettersi in gioco con lo sport o con qualcos’altro, io non posso che essere felice.

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E se quel bambino o quella bambina diventassero il prossimo grande campione di ciclismo? Benissimo. E se invece io semplicemente rendessi la loro giornata piena e importante, spingendoli a muoversi e a provarci con il massimo dell’impegno, anche se non diventeranno campioni? Altrettanto bene. Per me, è esattamente lo stesso.