GRAZIE AL CIELO, C’É LA GABBA | Giro 2023 | Tappa 5

GRAZIE AL CIELO, C’É LA GABBA | Giro 2023 | Tappa 5


La tappa di Atripada-Salerno di 171 km si è svolta in gran parte sotto la pioggia. Pedalare sotto l'acqua non è mai divertente ed è piuttosto pericoloso, le numerose cadute registrate in corsa ne sono la prova. 

Vi siete mai chiesti come un corridore è in grado di pedalare per molte ore sotto la pioggia? Non è soltanto questione di abitudine e di allenamento. L’abbigliamento, e in questo caso un capo molto particolare che non può mai mancare nel guardaroba di un pro, fa la differenza. Quella che vi raccontiamo oggi è la storia della nascita di un capo di abbigliamento che ha cambiato non soltanto le dinamiche di corsa ma anche le abitudini sportive e le giornate in bicicletta di molti di noi. 

Gabriel Rasch è stato un corridore in attività come professionista tra il 2002 e il 2014 ed ha corso nella Crèdit Agricole, nel team Garmin-Cervelo e nella Sky. Il suo soprannome in gruppo – anche oggi, che è Sport Director dell’Uno-X Pro Cycling Team – è Gabba. Gabba, è lui: Gabriel Rasch. Oggi però, se dite “gabba" a qualsiasi ciclista professionista, quello che gli verrà in mente più che una persona, sarà una cosa. Un prodotto. La “gabba" è oggi universalmente conosciuta come quel capo di abbigliamento tecnico per il ciclismo che ha rivoluzionato il nostro modo di vestirci andando in bicicletta nelle giornate in cui piove, fa freddo e tira vento.

«Nell’agosto del 2009 Castelli aveva avviato una sponsorizzazione con il Team Cervélo ed io, come succede ogni stagione, ero andato a parlare con gli atleti per vedere se si poteva studiare qualcosa, qualche prodotto o qualche accorgimento per migliorare i nostri capi e di conseguenza le loro performance in gara». A parlare è Steve Smith, storico Brand Manager di Castelli. «Ci eravamo riuniti a parlare con un gruppo di corridori nella hall dell’albergo e tra questi, c’era Gabriel Rasch». 


Gabriel Rasch è nato in Norvegia. Diventare ciclista professionista se sei norvegese significa almeno due cose: che devi avere una determinazione e una dedizione all’allenamento certamente superiore rispetto a un tuo collega che nasce in un paese caldo; e che devi continuamente escogitare delle strategie e delle soluzioni per resistere alle condizioni meteorologiche avverse. La Norvegia è un luogo freddo e piovoso, senz’altro più adatto allo sci nordico che non al ciclismo.


Come ogni responsabile prodotto sa, non sempre è facile avere a che fare con i corridori e ottenere la loro attenzione e dei feedback utili per sviluppare dei prodotti nuovi, ma Gabriel sembrava avere un’idea interessante. «Dopo una breve chiacchierata insieme a tutti gli altri, salì in camera a prendere un capo che diceva di essersi costruito da solo: si trattava di una vecchia rain-jacket impermeabile a cui aveva accorciato le maniche e che era assolutamente non traspirante e non aerodinamica. A me francamente pareva uno straccio di plastica, secondo lui invece funzionava benissimo».


La rivoluzione nello sviluppo dei prodotti nel campo dell’abbigliamento per il ciclismo dipende sostanzialmente da due fattori, secondo Steve Smith: miglioramento aerodinamico e miglioramento del comfort del corridore. I due elementi si integrano e si combinano tra loro: l’aerodinamica consente di ridurre la spesa energetica e quindi di watt necessari per l’avanzamento dell’insieme uomo-bicicletta; il miglioramento del comfort del corridore, invece, si realizza consentendo agli atleti di stare più comodi in sella e quindi, indirettamente, di massimizzare la loro prestazione sportiva. 


«L’idea di Gabriel era contro-intuitiva e in un certo senso rivoluzionaria: secondo la sua esperienza di atleta abituato a pedalare per ore in condizioni difficili, sotto la pioggia era impossibile pensare di poter rimanere completamente asciutti. Era possibile però, anche con la pelle bagnata, mantenere una temperatura corporea accettabile evitando che il calore umido proveniente dalla traspirazione si disperdesse mescolandosi con l’umidità degli indumenti bagnati dalla pioggia e raffreddati dall’aria esterna».

 

La chiave era secondo Gabriel la separazione dell’umidità interna da quella esterna e il controllo del flusso d’aria sulla pelle. «Tornai a casa con questo feedback e con il suo prototipo artigianale e ci lavorammo su. Potevamo senz’altro rendere la giacca di Gabriel migliore dal punto di vista aerodinamico, tanto per cominciare. Ci indirizzammo subito su un tipo di tessuto Windstopper prodotto da Gore che era al tempo stesso impermeabile, leggero, elastico e traspirante. All’inizio ci concentrammo sul taglio e sulla vestibilità, l’idea fu quella di partire dalla nostra Aero Race Jersey adattandola al tessuto più spesso che avremmo utilizzato e allargandola leggermente in modo da poterla indossare come strato supplementare sopra al classico race-kit”. 


“A dire il vero, dissi a chi doveva sviluppare il modello di non perderci troppo tempo, immaginavo che stessimo lavorando a un prodotto specifico per i professionisti da usare soltanto in situazioni particolari, in gara, per pochi giorni all’anno. Non pensavo che il prodotto che stavamo per creare avrebbe totalmente rivoluzionato l’idea che abbiamo dell’abbigliamento tecnico e del pedalare nelle giornate di brutto tempo».


Quello che saltò fuori, invece, fu un capo di abbigliamento che fece da capostipite a un’intera categoria di prodotti. Gli atleti professionisti venuti a conoscenza tramite passaparola della giacca ideata da Gabriel Rasch, facevano di tutto per accaparrarsene una, per la gioia di Steve Smith e di Castelli. 

Si venne addirittura a sapere che Fabian Cancellara aveva inviato in un negozio Castelli di Lugano uno dei suoi massaggiatori per acquistare due di queste giacche da utilizzare in allenamento e in gara, pagandole di tasca propria. I loghi Castelli presenti sulla giacca, per problemi di sponsor, vennero in quel caso cancellati con un pennarello nero indelebile. Qualche giorno dopo Steve Smith, venuto a conoscenza della cosa, fece arrivare a Fabian Cancellara due nuove “gabba”, confezionate in una scatola contenente anche un pennarello nero, utile per l’operazione di mascheramento del logo. Il successo della “gabba” a quel punto, era iniziato.   


«Il nostro prodotto era stato sviluppato e messo a punto nei minimi dettagli e aveva anche un nome: “Gabba", in onore di Gabriel Rasch. Era sostanzialmente una maglia da ciclismo idrorepellente e traspirante da indossare sopra il classico race kit. Secondo i nostri atleti e direttori sportivi (nel frattempo il Team Cervélo era diventato il Team Garmin–Cervélo) la gabba era una vera e propria arma segreta in grado di mettere gli atleti in vantaggio rispetto agli avversari in condizioni di freddo e umido, quelle tipiche della primavera, delle gare del Nord in Belgio e nelle Ardenne - e qualche volta al Giro d’Italia».


Se pensavate che quella che quella indossata ieri dagli atleti fosse una normale giacchetta a vento impermeabile o una normale maglia di ciclismo a maniche lunghe, beh, vi sbagliavate: era una gabba.

Grazie al cielo, adesso esiste.

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